Gennaio 2010: Un alfabeto comune per il Paese
Lettere al direttore
Autore Pino Suriano

Un collega scrive, il direttore risponde

IN QUEL "DURI DI CUORE"
ECCESSO DI MORALISMO

Gentile direttore,

sono un 28enne giornalista della provincia di Matera, cattolico e iscritto alla Fraternità di Comunione e Liberazione. Ho pienamente condiviso, nei giorni scorsi, la linea politica di piuvoce.net e del quotidiano Avvenire, nonché l’intelligenza di giudizio espressa da diversi esponenti della Chiesa sulla vicenda di Eluana. Ho sentito un qualche stridore, però, quando mi è capitato di leggere il recente commento sulla “Cena dei duri di cuori”, svoltasi a Udine nella villa dell’avvocato di Beppino Englaro con i cronisti che ne avevano sostenuto le ragioni. Non comprendo, sinceramente, il livore e il moralismo delle parole su quel gesto. Credo che i giornalisti possano avere delle idee chiare e “di parte”. Anzi, è un bene che le abbiano, ed è bene che si abbia il coraggio di renderle evidenti, magari anche partecipando a una cena organizzata da chi aveva interesse a sostenere certe posizioni (in questo caso l’avvocato di Englaro). Perciò se, per paradosso, le suore misericordine mi avessero invitato a festeggiare la salvezza di Eluana (mi spiace anche solo pensare all’ipotesi, a questo punto), io ci sarei andato, lieto di poter esplicitare la condivisione di una causa in cui credevo. Non vedo perché altri non debbano poter fare lo stesso. Quanto all’accusa del loro presunto “festeggiamento” della morte, mi sembra che si ricada nello stesso genere di moralismo con cui, nei mesi scorsi, tutti hanno esortato al silenzio rispettoso, semplicemente per impedire un giudizio che sembrava grave e scomodo, quello della Chiesa e dei cattolici. Noi, perciò, dovremmo gridare alla disumanità irragionevole del gesto, non alla “durezza di cuore” del festeggiamento, che è simile all’etichetta con cui “gli altri” hanno accusato noi, quando ci hanno chiamato “sciacalli” sulle miserie del papà di Eluana. E ancora, che cosa c’entra l’Ordine dei Giornalisti? Cosa dovrebbe dire: “vietato andare alle cene degli avvocati di cui condividete le idee”? Insomma, credo che dovremmo evitare di attaccarci a troppe cavolate come fanno loro e badare a dare giudizi sull’essenziale. La gente ci guarderebbe con un occhio diverso e, forse, si interrogherebbe con curiosità più autentica sulla ragionevolezza delle nostre battaglie. Che non sono certo fondate sul sentirci migliori e meno duri di cuore degli altri. Molti di loro, e penso a tanti opinionisti di Repubblica e L’Unità, credono di esserlo davvero.

Pino Suriano, Rotondella (MT)

Gentile collega,
lei non è certamente tenuto a conoscere il mio passato giornalistico, ma voglio che sappia che nella mia lunga carriera ho dovuto guidare intere redazioni di cronisti e inviati. In quella veste ho sempre raccomandato, soprattutto ai giovani colleghi, di coltivare la propria autonomia, professionale, intellettuale e morale. Un esempio per tutti: ho sempre suggerito al cronista di giudiziaria di evitare, come la peste, le frequentazioni assidue ed extralavorative con magistrati, avvocati ed esponenti delle forze dell’ordine. Purtroppo la storia del nostro giornalismo è piena di ammiccamenti, di telefonate interessate, di sorrisini, se non di veri e propri favori che in realtà si risolvono in un beneficio per chi ha “soffiato” la notizia. Tangentopoli dovrebbe averci insegnato qualcosa, ma ormai anche quelle disavventure professionali sembrano essere state dimenticate. Naturalmente la mia regola vale per la cronaca e dovrebbe essere applicata a ogni ambito, nessuno escluso.
Insomma, io sono ancora uno di quei giornalisti che crede nella distinzione fra cronaca e commento, che cerco ancora di praticare. Naturalmente il cercare alcune notizie, piuttosto che altre, è già operare una cernita, ma in genere una buona dose di professionalità dovrebbe garantire almeno un minimo di corretta e imparziale informazione.
Le chiedo: le pare che nel corso della vicenda Englaro da parte della carta stampata italiana sia stata garantita l’imparzialità? Non si è forse schierata, quasi militarmente, a favore della sospensione dell’acqua e del cibo, oscurando totalmente le opinioni del fronte opposto, se non per polemizzare con il Governo? Non le dice niente il fatto che durante il referendum sulla Legge 40 tutta la grande stampa laica italiana abbia boicottato pervicacemente chi sosteneva l’astensione? Potrei andare avanti all’infinito.
Certo, qualcuno osserverà che in tempi di bipolarismo questa mia impostazione non regge più, perché tutti i giornalisti sono “arruolati”. Io le rispondo che non ci sto oggi e non ci starò domani. Quando è in gioco l’umano credo che tutti i giornalisti dovrebbero coltivare la separazione fra cronaca e commento. E quando dico tutti, dico tutti.

Per il resto, se non le piace “duri di cuore”, perlomeno accetterà che io dica che è stato davvero di cattivo gusto andare a brindare nella tenuta dell’avvocato Campeis. Se Eluana non fosse stata uccisa, avrei solo tirato un sospiro di sollievo. Io ero ad Udine in quelle ore che ricorderò, le assicuro, fra le più tristi della mia vita. Così come ricorderò l’applauso dei radicali per la morte di Eluana e le parole del rappresentante dell’Associazione Coscioni: “Ci uniamo alla gioia del padre di Eluana per la morte della figlia”. (d.d.f.)

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