Il bambino ha un approccio naturalissimo con la musica. Fin da molto piccolo reagisce agli stimoli del mondo sonoro. Ne è attratto e meravigliato. Basta percuotere ritmicamente un oggetto davanti a lui, per vedere il suo volto illuminarsi di stupore per quel suono che, misteriosamente, si impadronisce dell’aria, prima muta.
Questa naturalezza è data dal fatto che tutti i bambini nascono con una particolare predisposizione musicale alla melodia e al ritmo che, lentamente, se accompagnati, assimilano ed apprendono nello stesso modo in cui imparano a comunicare attraverso il linguaggio e le parole.
Proprio perché questo processo di apprendimento è del tutto naturale, il bambino, come detto, va accompagnato. Mai costretto. E’ l’esplorazione del mondo sonoro attraverso il gioco che fa sì che egli riconosca e formi i suoi gusti, riconosca ciò che gli è più proprio da ciò che non lo è.
Uno degli errori più gravi che spesso si fanno, e che molti dei lettori avranno sicuramente vissuto sulla propria pelle, è quello di decidere, ad un dato momento, di fargli imparare uno strumento musicale. Non c’è nulla di male, almeno nelle intenzioni, ma, spesso, la cosa, per come viene affrontata, crea più danni che giovamento. Spesso capita che il bambino ben presto si senta costretto in quello che vede più come un impegno gravoso, e non completamente voluto, che come un’attività sorprendente. Alla magia dell’inizio e della novità, ben presto si sostituisce la noia e il distacco.
Questo accade per alcune ragioni ben precise.
Sovente il bambino viene spinto ad imparare uno strumento perché è un desiderio dei genitori e non del figlio. In aggiunta a ciò, viene iniziato allo strumento musicale senza aver avuto, a casa, alcun accompagnamento nella formazione del proprio “pensiero musicale”. Per fare un esempio, è come se decidessimo di mandare nostro figlio a scuola di dizione, o di scrittura creativa, senza che però abbia ancora sviluppato la capacità di comprendere attraverso il linguaggio. Il pensiero musicale, come abbiamo visto, si forma dalla nascita, e si forma in famiglia, grazie all’accompagnamento educativo dei genitori. Capita spesso che i genitori decidano di mandare il figlio a scuola di musica senza essersi mai curati dell’apprendimento del pensiero musicale del proprio figlio.
In aggiunta a ciò capita che la scelta dello strumento sia fatta con molta approssimazione, quando addirittura non sia decisa ed imposta dai genitori stessi.
Scegliere uno strumento da suonare è una cosa assai complessa per un bimbo, e non solo. E richiede tempo. Prima di scegliere, il bimbo deve esplorare, deve conoscere più strumenti possibile. Non solo sentendone il suono. Ma guardandone la forma, toccandoli. Giocandoci. Solo in questo modo può scoprire quale strumento più gli si addice, qual è più idoneo al proprio modo di essere. Suonando uno strumento musicale, questo diviene un prolungamento di noi stessi, quasi una parte del nostro corpo. C’è un’adesione, non solo fisica, tra il musicista e il proprio strumento, un’adesione che nasce dal sentir combaciare quel suono, quella forma, quel modo di essere, con la propria essenza.
Gettare un bimbo tra le braccia di un insegnante di musica, spesso preparato a conferire solo la tecnica dello strumento, ma non il cuore, è un atto che, se fatto con leggerezza, potrebbe allontanare dalla musica, più che avvicinare. Cristian Carrara |