Non ci nascondiamo la verità: quante volte abbiamo temuto anche noi di essere intercettati?
Alle volte anche nelle riunioni di redazione, rito inossidabile in ogni giornale che si rispetti, compreso il nostro, ce la siamo cavata con una battuta, dopo aver espresso un giudizio un po’ affrettato o aver dato per sicure notizie ancora tutte da verificare. E magari c’è scappato anche un giudizio severo su fatti e persone, tale da avvolgere quei fatti e quelle persone in un’area di sospetto. E allora ci siam detti, facendo un po’ di scena: “Maresciallo che ci ascolti, non tener conto delle ultime cose che abbiamo detto, scherzavamo”.
Ma battute del genere le abbiamo ascoltate al ristorante così come al cinema, fra lo sgranocchiare di una patatina e il sorseggiare una bibita. E’ come se le intercettazioni fossero diventate uno di quei tormentoni sociali dai quali è quasi impossibile liberarsi, avendo travalicato lo spazio della giustizia, per invadere quello privato e privatissimo.
Tanti di noi giornalisti hanno la certezza di essere stati ascoltati mentre parlavano con questo o quel parlamentare, l’uno o l’altro imprenditore, questo o quell’avvocato o magistrato. Così siamo diventati più accorti, ma anche più impauriti. Un esempio: di recente mi è scappato di dire, nel corso di una telefonata con la segretaria di un parlamentare, che dovevo consegnare una busta all’onorevole. Subito dopo aver pronunciato la parola “busta” ho avuto un sussulto. No, volevo dire “plico”. Infatti si trattava solo di un fascicolo con un documento fotocopiato a riguardo del quale volevo chiedere un parere. Ora, solo il dover raccontare questa preoccupazione dice tutto, o quasi. Abbiamo talmente interiorizzato il rischio dell’intercettazione telefonica a strascico, nella quale ciascuno di noi può cadere a sua insaputa, da renderci tutti meno liberi. Insomma, diciamo la verità, il limite alla libertà individuale è già stato superato.
Anche i magistrati hanno un bel dire che chi non ha fatto nulla di male non ha nulla da temere. Intanto provino a convincerci che non viviamo in uno Stato di polizia. Così come gli altri ci convincano che quel disegno di legge non vuole mettere il bavaglio all’informazione. Agli uni e agli altri vogliamo dire che non ci hanno ancora convinto sino in fondo. Il che conferma la necessità di una maggiore dose di prudenza da parte di tutti gli attori di questa vicenda scabrosa delle intercettazioni.
Non siamo falchi, ma nemmeno siamo colombe da mandare al sacrificio. Domenico Delle Foglie |