Seppure con garbo, nei pezzi vagamente autobiografici, la cronista tende sempre a fornire una bella immagine di sé. Episodi edificanti, scelte intelligenti, gesti meritevoli. Eppure, quando sbaglia, la prima (umana) tentazione è quella del gioco del silenzio. Sarebbe però difficile, la prossima volta, sedersi al computer ed incensarsi un po’, dopo aver omesso un episodio che, invece, un commento lo merita. E così, eccoci qui.
La scena si svolge a Napoli, in un caldo pomeriggio di giugno. La cronista, con al seguito una valigia e due amici, deve raggiungere la stazione centrale per tornarsene a casa. Attraversata faticosamente la strada (ma la cronista è più brava degli altri, perché vive a Roma e un po’ di pratica nel tempo l’ha fatta), il gruppetto giunge alla fermata appena in tempo per vedere l’autobus emergere sfocato all’orizzonte. Non abbiamo i biglietti – non si sa dove acquistarli, e il mezzo pubblico è sempre più nitido, sempre più vicino. La cronista dice: “Saliamo lo stesso”. Gli altri, sono titubanti. “Saliamo, non si è mai sentito che ci siano i controllori a Napoli”.
Ebbene, o le fonti d’informazione della cronista non sono attendibili, oppure – con l’età – il suo udito inizia a fare cilecca. Perché, va da sé, alla fermata successiva, ecco la pattuglia di controllori salire – agguerrita e dinamica – a bordo del mezzo.
La cronista, che si è sempre sentita orgogliosamente libera dagli stereotipi e dai luoghi comuni, è visibilmente contrita. Primo, perché non rubare vale nel piccolo, come nel grande – e quello che lei voleva fare era sottrarre indebitamente una corsa gratuita al servizio pubblico cittadino in violazione del settimo comandamento, e del diritto dello Stato.
Secondo, l’Eva tentatrice in missione partenopea, chiede scusa alla città di Napoli per averla bollata senza conoscerla. Per aver fatto, anche lei (!!?) la pecorona nei pregiudizi.
Una lavata di cenere, ogni tanto, può essere utile. Giulia Galeotti |