I dieci anni trascorsi dalla sequenziazione completa del genoma umano sono stati variamente celebrati, non di rado all’insegna di un entusiasmo piuttosto forzato. Nessuna delle mirabolanti promesse di quell’impresa è stata finora realizzata, mentre prospera il mercato di ciò che è stato efficacemente ribattezzato “genomica ricreativa”, un gioco che specula sull’indimostrato e indimostrabile assunto: “Dimmi che Dna hai e ti dirò chi sei”. Ormai per poche decine di euro o di dollari, compagnie come Cygene Direct, GenoTrim, Consumer Genetics forniscono, a partire da un campione di saliva spedito per posta, fantasiosi responsi sull’inclinazione alla dipendenza da tabacco (informazione di cui i diretti interessati, a occhio e croce, dovrebbero già essere edotti) o sulle attitudini sportive, intellettuali, amorose. Meno cialtrone ma pur sempre poco più che ricreativo ciò che promette il Genographic Project, sponsorizzato dalla National Geographic Society, editrice della famosa rivista, oltre che dall’associazione filantropica americana Waitt Family Foundation. La promessa è che per meno di cento dollari e con il solito campione di saliva, si può avere il piacere di ricostruire in quali parti del mondo si aggiravano i nostri personali antenati decine di migliaia di anni fa. Un giornalista francese, Frédéric Joignot, ha preso in parola Genographic Project, e sull’ultimo Monde magazine racconta quello che ha scoperto di sé: una parte del suo lignaggio paterno apparterrebbe a un gruppo genomico molto raro, originario del Caucaso e poi transitato per il Medio Oriente. Oibò. Il fatto è che questa sorta di “astrologia del passato”, come l’ha chiamata il divulgatore André Langaney, sembra vuota come una zucca. A raccontare che cosa siamo – scrive Joignot – servono di più la storia, il linguaggio, le tradizioni, con buona pace di Genographic Project. Al quale però va almeno dato atto di non volersi accreditare come oracolo su un futuro geneticamente determinato. Nicoletta Tiliacos |