L’analisi che emerge dal Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010 realizzato dal Cnel, e reso pubblico solo alcuni giorni fa, ci mostra un’Italia che ha retto alle difficoltà ma che è ancora in affanno. L’impatto della crisi economica sul mercato del lavoro italiano è stato attenuato da due ammortizzatori interni: la caduta di produttività e le politiche che hanno puntato sugli schemi di lavoro a orario ridotto. E va dato merito al Governo dell’azione sin qui condotta. Ma l’affanno rimane: si apre una prospettiva di crescita modesta con una domanda di lavoro stagnante o addirittura in riduzione. La ripresa è ancora fragile e il mercato del lavoro non è particolarmente dinamico dal punto di vista delle nuove assunzioni e dei nuovi posti. La disoccupazione a fine anno salirà all’8,7%, due punti e mezzo sopra al valore toccato nel 2007, prima della crisi, con un calo della domanda di lavoro dell’1,4% e degli occupati dell’0,4%.
L’impatto è stato più forte al Sud e tra i giovani: tra i 15 e 34 anni il taglio dei posti di lavoro è stato del 10,8% mentre non è stata intaccata la fascia più matura dei 55-64 anni, il cui numero è risultato persino in aumento. In termini assoluti tra il 2008 e il 2009 si sono persi 485 mila posti di lavoro per persone fino ai 34 anni. Da annotare che la trasformazione delle collaborazioni in contratti a tempo indeterminato non è stata affatto la norma: il passaggio al lavoro dipendente è diventato realtà solo per un giovane su cinque, e questo passaggio per la metà dei neodipendenti ha significato un contratto a tempo determinato. Solo un collaboratore su dieci è entrato a pieno titolo nel mondo del lavoro standard con un contratto a tempo indeterminato. Le carriere dunque si allungano e l’assunzione di posizioni di rilievo in azienda – altro paradosso italiano – dipende dall’esperienza lavorativa intesa in termini di anzianità: il merito tanto declamato tra gli imprenditori non abita nelle nostre aziende. E’ una crisi con una caratterizzazione generazionale impressionante: questo non è un Paese per i giovani. E senza politiche mirate saranno ancora i giovani farne le spese. Un Paese vecchio, corporativo e anemico.
Oltre la frattura generazionale ne va aggiunta un’altra: la disparità impressionante tra le diverse aree del Paese. Nel centro nord il numero degli occupati nel 2009 è calato del 1%, mentre nel Sud è stata tre volte superiore. Il Pil del mezzogiorno torna a 10 anni fa, un meridionale su tre è a rischio di povertà.
Il dibattito in questi giorni è stato intenso, e interessante come non mai. Quali vie seguire? Brevemente provo a elencare quelle che mi pare hanno riscosso più consenso e sulle quali si potrebbero costruire convergenze.
Favorire maggiormente l’incontro tra domanda e offerta, stimolare la contrattazione decentrata e aumentare la produttività per avere più salario e più occupazione, costruire un diverso mix di politiche per l’occupabilità a partire dalla formazione, potenziare un’attenzione mirata sugli immigrati (nel 2018 secondo le proiezioni Istat gli occupati italiani fino a 64 anni si ridurranno di 1,4 milioni di unità rispetto al 2008 e in assenza di lavoratori immigrati ci si troveremmo in una situazione ampia di carenza di occupati). Infine un nuovo progetto paese per il mezzogiorno che parta dal rilancio delle infrastrutture (si parla di almeno 35 miliardi di euro), e l’approvazione al più presto della riforma dell’Università promossa dal ministro Gelmini. Edoardo Patriarca |